SENNARATZEBERGER 2.0

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Doveroso affrontare il tema umano di due piloti, due persone così lontane tra loro, ma unite da un destino e con un’umanità probabilmente irripetibile.

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etto della tragedia, dello scenario, del contesto e di come mutò l’approccio con una netta sensibilizzazione nei confronti del tema della sicurezza, resta il ricordo e purtroppo l’esperienza loro malgrado di due piloti, due uomini e delle loro rispettive famiglie.
Inizialmente di Roland Ratzenberger, cui sarebbe ingiusto etichettarlo come colui che morì il giorno prima di Senna, perché al centro di una storia irripetibile, quando era possibile vedere uno sconosciuto esordire in Formula 1 e coronare il proprio sogno indipendentemente dall’età anagrafica, a maggior ragione superati i trent’anni.
Tra l’altro in un’epoca oggi improponibile, fatta di tante vetture sulla griglia, quando piccoli team potevano fronteggiare grandi marchi, grandi nomi, seppur successivamente scomparire e rimanere nei ricordi, oggetti di lusso per rinomati rigattieri, costituendo un senso romantico dello sport, a prescindere dal risultato.
Nonostante il trascorrere gli anni, quella di Ayrton Senna rimane una macchia gialla, simbolo di una bandiera e di un inno in attesa di essere ascoltare sul podio, nella speranza magari un giorno, di ritrovare qualcuno capace fuori e dentro la pista, a raccontare qualcosa che vada oltre il gossip, la polemica a prescindere, che parli di altro.
È scontato parlarne, pur sfruttando anniversari importanti.
Perché resta un patrimonio importante, una bellissima malinconia, una progressione anagrafica di coloro i quali hanno vissuto quegli anni, rispetto a un contesto che pare ovattato, troppo complicato, dove nemmeno più conta la lucida follia di un pilota, rispetto a una deriva di gestione elettrica.
Una Formula 1 che oggi, sembra avere preso la direzione di voler cercare più consumatori, competendo con film, eventi, una platea giovane e soprattutto social, senza importarsene della complessità dei regolamenti, nomi, cognomi e dinamiche, fuori portata per chi era stato abituato alle ruotate in pista.
Chi ha continuato a correre dopo la morte di Senna, probabilmente di Senna non ne poteva più, per un termine di paragone enorme, troppo pesante, seppur con l’eredità di un rapporto e frammenti, da conservare nel tempo, secondo modalità personali, per questo private.
Costretti a convivere sul piano della competizione e personale, con un’ombra infinita, un confronto poco sopportabile, anche se non fosse intervenuta la tragedia.
Abbastanza per trattenere nel tempo una nostalgia sempre pronta e magari, trattare con indulgenza chi, dopo Senna, ha continuato a correre e soprattutto vinto, nonostante la consapevolezza di avere di fronte, una platea innamorata di un altro campione.
Di un uomo scomparso e quindi presente sempre, un rimpianto da rinnovare all’infinito, che continua ad avere qualcosa di stellare, perché irripetibile.
Schumacher dopo Senna.
Lui in pista, lui in quel momento, lui alle sue spalle prima del tragico incidente.
Quasi un passaggio di consegne, una successione, anche se non è stato così per carattere, relazioni, perché Schumacher ha avuto bisogno di vittorie, specie in Ferrari, per essere stato e continuare oggi, a essere amato davvero, nonostante una tragedia di altro tipo, ma altrettanto beffarda.
Ci hanno provato altri brasiliani come Barrichello e Massa, protagonisti in Ferrari ma niente.
Sono seguiti regolamenti, macchine vincenti progettate da ingegneri che partendo da un’idea e soluzioni di base, hanno costruito cicli e vittorie a ripetizione, dove i piloti oltre a fare centro, hanno trovato la giusta esaltazione per aggiornare vittorie e soprattutto statistiche.
Eppure oggi, nonostante la distanza di oltre trent’anni, Senna continua ad avere tutto per resistere dentro una leggenda sportiva e umana, per questo eroica e irresistibile.
Un rapporto profondo, mistico e personale con Dio, che considerava la sua guida suprema e fonte di forza, la fede vissuta intensamente, credendo che il suo talento fosse un dono divino e descrivendo esperienze mistiche sentendone la presenza in abitacolo.
Un’opportunità da restituire a tutti i costi, godendo poco, il minimo indispensabile, considerato la sua condizione economica rispetto alla povertà del popolo brasiliano.
È stato un pilota eccezionale, un uomo speciale perché con un’anima esposta e per questo vincente, secondo modalità anomale, andato fortissimo anche nella sconfitta, quindi affascinante, fuori media, fuori portata.
Per questo siamo qui, a ricordarlo senza fatica, a riguardare i video senza noia.
Compresa quella didascalia televisiva dopo l’incidente, quando avevo sette anni: Senna (2), Williams Renault.
Un pieno di memoria e poi basta, stop, meglio così.
Sarà per l’anno prossimo.


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Andrea La Rosa

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