STORIE MONDIALI (PRIMA PARTE)

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A conclusione del Mondiale di calcio, oltre il risultato rimangono le tante storie che lasciano ai posteri statistiche, record, vicende umane, obiettivi raggiunti e mancati, mentre per qualcuno la sola presenza ha rappresentato a prescindere un’esperienza da raccontare. Nella prima parte l’ultimo ballo di Ronaldo, Messi e altri importanti campioni.

È

stato un Mondiale che innanzitutto ha riscritto il record di presenze, grazie a tre calciatori che hanno tagliato il traguardo delle sei partecipazione: Cristiano Ronaldo (41 anni) col Portogallo, Lionel Messi (39 anni) e il portiere messicano Guillermo Ochoa (40 anni).
Il loro esordio avvenne nel 2006 quando l’Italia alzò la Coppa nella finale di Berlino, sembra passata un’eternità eppure la lingua batte il dente duole.
Impossibile non soffermarsi sull’ultimo ballo di due grandi campioni come Ronaldo e Messi, che nei trascorsi anni hanno monopolizzato e impreziosito le vittorie soprattutto del Real Madrid e del Barcellona, tra Champions League, Mondiali per Club e soprattutto confrontandosi a suon di Palloni d’Oro, per entrambi è stata rivalità (sportiva) irripetibile, uno a spingersi oltre proprio perché dall’altra parte esisteva l’altro, protagonisti di un agonismo vero e leale.
In fondo, pur lasciano il calcio europeo, ci abbiamo sperato di rivederli ancora per l’ultima volta sul palcoscenico più grande, a dimostrazione di come, ovunque siano andati, hanno spostato equilibri e attenzioni, con la stessa fame negli occhi, una bella emozione legata anche ai ricordi, due leggende che possono fare bene al calcio anche fuori dal campo.
Ronaldo dopo le critiche all’esordio, ha risposto con una doppietta all’Uzbekistan diventando il primo calciatore in assoluto a segnare in sei diverse edizioni del Mondiale, non il più “anziano”, primato dell’ex attaccante camerunense Roger Milla, che aveva 42 anni e 39 giorni quando segnò alla Russia a Usa ‘94, battendo il suo stesso record stabilito quattro anni prima in Italia.
Come ultima partita, sarà ricordato l’ottavo di finale perso contro la stessa Spagna, dove ha probabilmente gli anni migliori della sua infinita carriera.
Tutto finito? Forse.
Perché il suo attuale allenatore in Arabia Saudita, Jorge Jesus, sostituirà l’ex ct Roberto Martinez e l’ambizione, potrebbe essere quella di giocare l’Europeo 2028 a 43 anni.
Messi ha lasciato il segno immediatamente, è stata la sua notte quella tra il 16 e il 17 giugno ( tripletta contro l’Algeria all’esordio), primo calciatore a segnare in sette partite consecutive del torneo iridato, statistica aggiornatasi di partita in partita.
Ha trascinato caratterialmente la sua nazionale, protagonista di una folle rimonta negli ultimi dieci minuti agli ottavi contro l’Egitto, determinanti i suoi assist nella rimonta contro l’Inghilterra tanto da diventare, a 39 anni e 21 giorni, il più anziano calciatore in campo a disputare una semifinale Mondiale.
Nella finale persa contro la Spagna è arrivato purtroppo (come tutta la squadra) esausto fisicamente, un amaro ultimo ballo, restano però numeri incredibili per un movimento che già domani, dovrà ripartire senza di lui.

Storie diverse, paesi diversi, col denominatore di avere amato questo sport con passione smisurata, sentimento e sacrificio

Per Ochoa, l’omaggio è avvenuto al 78° minuto della partita vinta contro la Rep. Ceca quando a risultato oramai acquisito il ct Aguirre gli ha concesso un doveroso tributo per aver difesa ventiquattro la porta messicana, al fischio finale ha persino baciato i pali della sua compagna di vita al termine di una splendida avventura, osannato dai tifosi e portato in trionfo dai compagni, l’ultima partita della sua carriera, nel modo più bello possibile, davanti a chi, ha imparato ad amarlo.
E’ stata l’ultima volta per diversi calciatori come il brasiliano Neymar, per lui una carriera di prima fascia che sarebbe dovuta essere “primissima”, restano i successi soprattutto al Barcellona e quelli col Paris Saint Germain, poco con la nazionale soprattutto a livello giovanile, comunque amatissimo dai tifosi.
Assente nelle prime due partite per infortunio, ha fatto il suo esordio nella ripresa della sfida vinta contro la Scozia, prendendosi l’ovazione del pubblico prima di emozionarsi al fischio finale, lo stesso Ancelotti presentatosi davanti le telecamere, ha applaudito la sua prestazione, l’ultima presenza (e gol) in occasione dell’ottavo di finale perso contro la Norvegia.
Titoli di coda per Modric, 40 anni, autentico trascinatore della Croazia in questi anni, ineguagliabili i successi soprattutto al Real Madrid e sempre a disposizione per la sua nazionale, miglior giocatore del Mondiale 2018 nella finale persa contro la Francia e Pallone d’Oro nello stesso anno.
Le sue duecento presenze sono state celebrate dopo la partita vinta contro Panama, i compagni di squadra l’hanno portato in trionfo indossando anche una maglia celebrativa con l’immagine del loro capitano e la scritta Modric200 con i due zeri uniti a formare il segno dell’infinito, il suo percorso è terminato ai sedicesimi contro il Portogallo.
Probabile ultimo giro per il belga De Bruyne, 35 anni oggi al Napoli dopo il periodo d’oro col Manchester City, centrocampista universale, destro naturale ma pressoché ambidestro, capace di ricopre il ruolo di mezzala e di trequartista, venendo impiegato anche come centrale di centrocampo, ala o seconda punta con una grande visione di gioco e ottimo tiratore di calci piazzati.
Stavolta si è fermato a un passo dalla semifinale e in generale, purtroppo con la nazionale non ha raccolto quello che una generazione dorata di calciatori importanti faceva presupporre.
Ultima apparizione per il colombiano Rodriguez, 35 anni, rivelazione nel 2014 quando con sei reti (miglior marcatore del torneo) trascinò la sua nazionale ai quarti di finale battuta solamente dal Brasile, una carriera negli ultimi anni adagiata e sparsa per il mondo, cui restano i successi dal 2013 al 2017 tra Monaco, Porto e Real Madrid, come le tante presenze con la sua nazionale.
L’egiziano Salah, 34 anni, non è stato un calciatore capace di trascinare le squadre di club, ricordiamo in Italia con le maglie di Fiorentina e Roma prima di diventare la stella del Liverpool (maggior numero di reti segnate da un calciatore africano in Premier League), ma soprattutto immagine di una nazionale che ha raggiunto i migliori successi grazie alle sue giocate e alla sua presenza, considerato uno dei migliori calciatori africani di tutti i tempi, nonché tra i più forti attaccanti della sua generazione, purtroppo il suo Mondiale si è concluso con una clamorosa beffa agli ottavi, rimontato di ben tre gol negli ultimi dieci minuti dall’Argentina.
Ultimo grande torneo per il portiere tedesco Neuer, 40 anni, uno dei migliori della storia del calcio, bronzo nel 2010 in Sudafrica e campione del mondo in Brasile nel 2014, dotato di notevoli riflessi nonostante il fisico massiccio, ha modernizzato il ruolo del portiere non limitando il raggio d’azione all’area di rigore, ma agendo abitualmente da libero aggiunto, contribuendo a costruire il gioco e ad arginare i tentativi di contropiede, permettendo alla linea difensiva di mantenere una posizione avanzata.
Avrebbe sicuramente sperato in un diverso epilogo, invece la sua ultima partita è coincisa col punto più basso toccato dal calcio tedesco negli ultimi decenni, l’idea di non vederlo più tra i pali della sua nazionale, ha commosso un po’ tutti.
Ai saluti il centrocampista francese Kantè, 35 anni, mediano dotato di eccellente resistenza fisica, incontrista con una grande visione di gioco e intelligenza tattica, protagonista con Claudio Ranieri nel Leicester dei miracoli, poi tanti anni al Chelsea prima di accettare sirene arabe e comunque a disposizione della nazionale nonostante il livello del campionato locale fosse più basso, è stato vice-campione europeo nel 2016 e campione del mondo nel 2018.
Si ricorderà la romantica reazione del giapponese, ex terzino dell’Inter, Yuto Nagamoto, che a 39 anni era scoppiato in lacrime dopo aver ricevuto la chiamata, un traguardo storico la sua quinta partecipazione a un Mondiale, nel significato del forte attaccamento alla maglia e l’incredulità del momento al centro della notizia.
Come non mettere in elenco Edin Dzeko, capace a 40 anni di trascinare la sua Bosnia Erzegovina nel playoff ravvicinato in Galles e contro l’Italia, battuta e uscito dal campo a fine partita con una vistosa fasciatura.
Ha lasciato il segno ovunque sia andato, una leadership silenziosa fatta di gol ed esempio, un grande calciatore, un grande uomo che ha meritato l’ultimo ballo dopo essersi misurato con un club ferito come lo Schalke 04 e l’ultima missione di riportarlo in Bundesliga.
Nell’esperienza italiana, è stato a Roma con una serie di capitoli che sembravano sempre gli ultimi diventandone persino capitano, all’Inter lo davano per finito inanellando viceversa trofei oltre a essere protagonista in Champions League, alla Fiorentina l’anno scorso tra le difficoltà mise l’esperienza al servizio dello spogliatoio.
Cinque lingue, una laurea, l’infanzia sotto l’assedio di Sarajevo, record di gol con la maglia bosniaca, un calciatore che ogni squadre vorrebbe sempre avere.
Storie diverse, paesi diversi, col denominatore di avere amato questo sport con passione smisurata, sentimento e sacrificio, bontà loro senza ipocrisia con l’aggiunta di un conto in banca a svariati zeri.

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Andrea La Rosa

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