Un ragionamento finale che chiude la serie di articoli sul Mondiale appena concluso. Per noi italiani è finalmente tempo di guardare avanti, con i prossimi impegni ufficiali di Nations League in attesa del sorteggio che stabilirà i gironi di qualificazione a Euro 2028; nel frattempo potrebbe cambiare il meccanismo verso il Mondiale 2030 dove si discute un possibile nuovo allargamento delle nazionali partecipanti.
Èstata una sofferenza vedere il Mondiale, l’ennesimo, senza i nostri colori, perché mancato il piacere di guardare i risultati altrui, gli incroci, seguirne le vicende, parlarne e soprattutto fare in modo che la nostra quotidianità, girasse intorno agli impegni televisivi della nazionale italiana.
Dato lo spessore dell’avversario nel play-off, eravamo pronti a pubblicare una raffica di storie, commenti e statistiche per ciascuna edizione del campionato mondiale, compreso un allargamento alle vicende che avevano accompagnato il meccanismo di qualificazione in ciascun continente.
Invece la delusione, ha fatto il resto.
Questa competizione non rappresenterà mai solamente un evento sportivo ma un fatto sociale, capace di polarizzare intere nazionali come collante trasformando bar, piazze e in maniera più intima le case, in spazi di condivisione e aggregazione, visto che le partite diventano il pretesto per riunirsi dietro l’identità nazionale e il senso di appartenenza forte e tangibile con la simpatica abitudine di esporre le bandiere sui balconi, festeggiamenti per strada che abbattono le barriere sociali e generazionali.
Anche integrazione e scambio culturale, un linguaggio universale che avrebbe generato persino un notevole indotto economico.
Oggi, per la mia generazione e quelle più adulte, quanto descritto rappresenta un ricordo lontano purtroppo nemmeno vissuto dagli bambini e soprattutto adolescenti, ma per fortuna conclusa la finale, è finalmente tempo di guardate avanti.
Bisogna innanzitutto ripartire dal basso, come la felicità di sbucciarsi le ginocchia e sentirsi liberi, vincere partite impossibili e segnare gol assurdi, sentirsi campioni anche nel più piccolo e disastrato dei campetti, un pallone che cambia la storia di un pomeriggio noioso, un gol urlato al cielo, le storie più semplici sono sempre state quelle che ci hanno reso felici e forse, senza accorgersene abbastanza.
I giovani calciatori italiani non sono scarsi, nei dilettanti c’è probabilmente gente che darebbe filo a torcere a gente strapagata in Serie A, con la sola differenza che nessuno li vede o non li vuole vedere perché nessuno li ha mai sponsorizzati.
Loro che la mattina magari si alzano per spaccarsi la schiena e la sera giocano per amore, passione.
Il punto è che non si guarda più in basso ma al portafoglio, la morte del gioco, delle competenze.
La vera rivoluzione deve partire dalle scuole, perché non bisogna solo educare i ragazzi, quanto formare gli istruttori e non allenatori, perché nell’Attività di Base non serve l’allenatore dei Pulcini che insegni la chiusura della diagonale e parli di tattica, ma insegni a stoppare il pallone ma soprattutto a divertirsi, con gli stessi dirigenti delle Società che dovrebbero cacciare chi spinge i propri figli a linguaggi spropositati.
Cacciando un sistema laddove un procuratore sia pronto ad avvicinare un ragazzo adolescente di belle promesse.
Storie di mister come tanti, con la schiena dritta, che magari smettono anzitempo in quanto costretti a fare questo e quell’altro, contrariamente a chi, per arrotondare lo stipendio, pensa solamente al risultato e fare carriera.
Futuro, programmazione, idee chiare e stabilità.
È quello che attende la nazionale italiana, impegnata a ripartire insieme a tutto il movimento con la massima umiltà e rispetto verso qualsiasi avversario.
Resta la clamorosa percentuale di calciatori stranieri nella serie A che si aggira intorno al 68%, una delle percentuali più alte di sempre, superiore a quella di altri importanti campionati europei, dato che tra l’altro, ha minimamente inciso sulla crescita del campionato visto il disastroso risultato dei club nelle competizioni europee nella stagione 2025/26, numericamente chiusa al quinto posto dietro Inghilterra, Spagna, Germania, persino il Portogallo e un pelo davanti la Francia dove il Paris Saint Germain sta trascinando il movimento.
L’obiettivo era rigenerare un gruppo puntando sui talenti e sul ritorno all’essenziale, meno social e più spogliatoio, stanze doppie e triple per i portieri, nessuna imposizione ma una libera scelta per gli azzurrini diventati grandi per l’occasione, un messaggio chiaro da cui ripartire.
Chiarissima la risposta di Silvio Baldini chiamato a dirigere le due amichevoli contro Lussemburgo e Grecia: età media bassissima, un gruppo pur nulla sazio che vuole emergere, magari per verificare il potenziale in vista degli Europei under 21 cui l’Italia oltre a qualificarsi, ha tutto per fare bene e chissà qualificarsi alla prossima Olimpiade.
Se non è stata la nazionale più giovane di sempre, poco è mancato.
L’obiettivo era rigenerare un gruppo puntando sui talenti e sul ritorno all’essenziale, meno social e più spogliatoio, stanze doppie e triple per i portieri, nessuna imposizione ma una libera scelta per gli azzurrini diventati grandi per l’occasione, un messaggio chiaro da cui ripartire con calciatori già protagonisti tra Serie A, Premier League, Bundesliga e coppe europee, molti di loro saranno dentro la Nazionale maggiore già da settembre.
Forse è proprio questo il punto più interessante, per una volta indipendentemente il risultato e invece di aggrapparsi ai soliti nomi, si è guardato negli occhi il proprio futuro, portando a casa una doppia vittoria che può valere qualcosa in una fase dove c’è soprattutto da ricostruire, non sono dispiaciuti ma servirà continuità, un esperimento che non deve essere sottovalutato altrimenti si rischierà di tornare sempre al punto di partenza.
A proposito, potrebbe contare fino a un certo punto considerato il contesto, ma prima del Mondiale la Grecia occupava la posizione n.48 del ranking Fifa, mentre n.68 era quella della Bosnia Herzegovina, tanto che prima dell’amichevole l’allenatore ellenico in proiezione della Nations League di settembre, non aveva gradito la decisione di affidarsi a molti calciatori giovani, quasi a pensare l’annullamento dell’amichevole.
Tornando a Baldini, la sua Italia è stata come un bicchiere d’acqua dopo un’intera giornata estiva trascorsa sotto il sole, poco dissetante ma quanto basta nel deserto dei minimi termini.
Il curriculum non sarebbe stato nemmeno un problema, visto l’esempio del ct spagnolo De La Fuente, che prima di iniziare il percorso nelle Nazionali giovanili aveva allenato Club solo in terza divisione.
Oltremodo poi, esperiamo la nostra vicinanza alla tragedia degli scorsi giorni, relativamente la morte della figlia Valentina, spentasi ad appena 30 anni, affetta dalla nascita da una forma grave di tetrapesi spastica, era stata pilastro nella vita di Baldini e grande fonte d’ispirazione: “Valentina mi ha insegnato ad amare senza pretendere nulla in cambio”.
Non l’abbiamo dimenticato, ma di mezzo la soddisfazione la recente affermazione dell’under 17 nell’Europeo, a dimostrazione della qualità e numero dei talenti, che per altri motivi non riescono ad avere spazio nelle prime squadre quando c’è da fare il salto.
Per questo il problema non è il talento, ma non portare quanti più giovani possibili in nazionale maggiore, la Spagna è forte perché i suoi giovani talenti giocano insieme e allo stesso modo da quando erano poco più che bambini, a dimostrazione che per costruire un gruppo di ragazzi affiatati serve molto meno.
Sarà necessario persino contenere e ribattere certe battute infelici come quella sicuramente fuori luogo del presidente Fifa, Gianni Infantino, a poche ore dalla partita inaugurale Messico-Sudafrica, che evidentemente non aveva dimenticato l’Italia rimasta fuori: “Abbiamo discusso di un Mondiale con 64 nazionali, con un coinvolgimento maggiore in tutto il mondo. Forse l’Italia si qualifica con 64 nazionali. Chissà, magari se ne mettiamo 208”.
Che si aggiunge a quella di anni prima, quando in una conferenza stampa a Roma, aveva aperto alla possibilità di allargare il Mondiale a 48 squadre già da Qatar 2022: “Abbiamo parlato del mondiale del 2022 in Qatar e della possibilità di aumentare il numero delle partecipanti perché vogliamo che partecipi anche l’Italia”.
Avrebbe potuto evitare di fare il brillante e rimanere in silenzio, perché l’ironia va fatta con garbo, visto soprattutto il suo ruolo.
Che poi purtroppo, ha avuto persino ragione considerata la scia di mancate partecipazioni, perché a vedere la partita tra Canada e Bosnia Erzegovina come le altre del girone, è stato normale chiedersi, ripensare, arrabbiarsi nuovamente come sia stato possibile non vincere quel playoff, non essere a un Mondiale dove soprattutto la prima parte delle partite è stata di basso profilo, con poco contenuto tecnico nonostante il palcoscenico, aspetto conseguenziale visto il numero delle partecipanti.
Intanto il futuro è già oggi.
Si riparte dal nuovo presidente Giovanni Malagò, eletto col 68,5% dei voti contro l’altro candidato Giancarlo Abete, romano, 67 anni, ha guidato il Coni dal 2013 al 2025, in seguito ha presieduto il Comitato organizzatore delle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026.
Purtroppo però nel momento in cui si scrive, è arrivata un’altra figuraccia considerato l’incarico a Paolo Maldini (direttore tecnico e presidente del Club Italia) e Leonardo (come advisor) prima osannato e poi durato pochi giorni, dopo aver cercato e ricevuto la negativa risposta di Guardiola per allenare la nazionale, virato su Pirlo salvo il dietrofront all’ultimo minuto per il suo legame commerciale con una società russa di scommesse sportive.
Nuovo casting, futuro sempre più incerto e scelta che potrebbe ricadere tra Roberto Mancini e Antonio Conte.
I prossimi impegni saranno nella Nations League, contro Belgio (25 settembre in casa e 15 novembre in trasferta), Turchia (28 settembre in casa e 5 ottobre in trasferta) e Francia (2 ottobre in trasferta e 12 novembre in casa).
Con l’occhio al sorteggio del 6 dicembre che decreterà il girone di qualificazione a Euro 2028 nel Regno Unito, col format di dodici gironi da quattro o cinque nazionali, partite di andata e ritorno, inizio a marzo 2027 e conclusione a novembre 2027.
La vincitrice di ogni girone e le migliori otto seconde classificate si qualificheranno al campionato europeo, mentre le quattro seconde classificate rimanenti, insieme alle squadre provenienti dalla Nations League, accederanno agli spareggi.
La precisione degli spareggi dipenderà dai posti riservati alle squadre ospitanti, perché la Uefa ha deciso che le quattro nazionali ospitanti (Inghilterra, Irlanda, Scozia e Galles) parteciperanno alle qualificazioni, pertanto due posti automatici saranno tenuti di riserva per le squadre ospitanti che non riuscissero a qualificarsi attraverso la fase a gironi, qualora più di due squadre ospitanti non riuscissero a qualificarsi, i posti verranno assegnati in base al ranking di qualificazione.
Infine potrebbe sembrare un’esagerazione, ma possiamo considerare già partita la rincorsa al Mondiale 2030, previsto congiuntamente in Marocco, Portogallo e Spagna, mentre Uruguay, Argentina e Paraguay ospiteranno tre partite per la celebrazione del centenario della prima Coppa del Mondo.
Anche qui, potrebbe cambiare il format di qualificazione che eviterebbe almeno sulla carta, l’amara possibilità che una singola partita storta possa compromettere l’intero ciclo.
I precisi numeri dipenderanno dal totale delle partecipanti, in quanto per il prossimo Mondiale si rincorrono le voci di un’edizione extralarge da 60 o 64 nazionali, nel frattempo la struttura portante annunciata dall’Uefa, prevede che ogni girone ospiterà due nazionali per ognuna delle sei fasce di merito secondo il ranking Fifa, a questo punto le prime quattro staccheranno il pass, mentre le quinte e la migliore sesta, si giocheranno gli ultimi posti agli spareggi play-off contro nazionali provenienti dalla Lega B.




