L’Italia della pallavolo femminile manca uno storico triplete (Olimpiadi-Mondiali-Europei) cedendo in cinque set alla Turchia al termine di una partita per larghi tratti dominata. Le turche di Santarelli bissano così il titolo continentale di tre anni fa e la VNL vinta quest’anno. Per Velasco e le sue ragazze un argento con l’amaro in bocca, perché il colpaccio a Istanbul è stato veramente a un passo; in più, saranno molte le riflessioni che il ct dovrà fare sulla questione-Antropova in banda.
Le nostre campionesse olimpiche e mondiali di pallavolo mancano un leggendario triplete lasciandosi sfuggire il titolo europeo pur arrivando per due volte ad avere una mano e più sulla coppa. E invece, al termine di una finale tecnicamente non eccelsa ma giocata tutta sui nervi, nella bolgia di Istanbul la spunta la Turchia, rivale oramai acclarata, insieme al Brasile, per contendere la leadership mondiale alla banda velaschiana. Vinti il primo e il terzo set in modo netto, con prestazioni di squadra davvero corali griffate dalle zampate meravigliose di Paola Egonu, è nel secondo e quarto parziale che le azzurre gettano alle ortiche la loro vittoria, concedendo alla Turchia di riaccendersi (e di riaccendere gli oltre 17 mila spettatori presenti) e di trasformare la partita in una lotta nel fango di palloni contesi a rete e scambi lunghi, guadagnando un tie break in cui non ci sarà storia.
Nel secondo set, l’Italia parte così come aveva chiuso il primo, cioè con forza e convinzione, doppiando le avversarie sul 12-6, ma lì le turche, consce di non poter più risalire da due set sotto, spingono sull’acceleratore, agganciandoci sul 15 pari. Le azzurre rimettono la testa avanti sul 19-17, ma lì Velasco gioca in modo forse troppo avventato la carta del doppio cambio, togliendo in un momento cruciale due colonne come Orro ed Egonu, per inserire Cambi e Adigwe: il gioco azzurro si blocca, la squadra perde in un attimo la bussola e quando il nostro ct rimette le cose a posto si è già sul 21-24, col set volato via.
La battuta sbagliata dalla Egonu sul match ball è l’impietosa fotografia dello stato d’animo oramai dimesso delle nostre ragazze…
Dopo aver dominato senza discussioni il terzo parziale, vinto a 12, l’Italia si rilassa troppo e parte malissimo nel quarto, ritrovandosi addirittura a -7 sul 3-10. Velasco ricorre nuovamente al doppio cambio, che stavolta dà i suoi frutti, e pian piano le azzurre si rimettono in moto, risalendo fino al -1 sul 16-17, con la Turchia spaventata all’idea di perdere set e finale dopo aver avuto tutto quel vantaggio. Qui però, ancora una volta, le nostre ragazze mancano di cinismo: Orro spreca un contrattacco mandando Sylla in bocca al muro, poi due errori consecutivi in battuta ridanno fiato alle nostre avversarie, che intravedono un traguardo insperato, quello del tie break. Annulliamo tre set ball ma alla fine capitoliamo su un banale pallonetto di Sahin, e lì finisce sostanzialmente la nostra partita. Nel quinto la Turchia, spinta dai suoi tifosi, è sempre avanti, con la ricezione al 57% (contro il nostro 21) e la Vargas oramai inarrestabile al termine di molti scambi “sporchi” e ricostruzioni caotiche da parte azzurra. La battuta sbagliata dalla Egonu sul match ball è l’impietosa fotografia dello stato d’animo oramai dimesso delle nostre ragazze, certamente consce di aver visto passare per ben due volte il treno della vittoria senza mai riuscire ad afferrarlo.
E dopo la cronaca veniamo alle riflessioni, d’obbligo specialmente quando si perde, come ci ha insegnato proprio Velasco. La prima: non è certamente il caso di fare drammi o processi, si è perso al quinto set contro una squadra fortissima, in casa loro, ci sta. La seconda: lo spostamento di Antropova in banda ha dato risultati alterni, ma forse il bicchiere è più vuoto che pieno. In molte partite di questo Europeo avevamo un tale margine di superiorità sulle nostre avversarie da riuscire a mascherare senza troppi patemi i nostri squilibri, ma nelle partite vere, contro Polonia e Turchia, i problemi sono venuti su, eccome. La ricezione a due, per coprire Kate, è improponibile contro squadre forti: non abbiamo Kiraly e non abbiamo nemmeno più Monica De Gennaro, in più Sylla, quando messa sotto pressione come in finale (47 ricezioni, con il 30% di positività, contro le sole 17 di Fersino e 9 di Antropova) cala umanamente alla distanza. Con Antropova in banda si paga un prezzo troppo alto anche in difesa, perché per il posto sei servono livelli di agilità e reattività che non si possono chiedere a 203 cm di altezza, e in attacco tira troppo in diagonale, ragionando solo di potenza, da opposto qual è, ma senza le variazioni e la manualità delle grandi bande. Per quanto la si voglia tirare, con Kate in banda la coperta è corta; penso debba tornare a essere la vice Egonu (o magari le toglie il posto, chissà), nel ruolo che l’ha consacrata e che occupa anche nel club. Terza e ultima considerazione: in queste sfide lo spessore della panchina ha un peso, e l’impressione da fuori è che il doppio cambio, senza Antropova opposto, incida poco e che le altre, a cominciare da Giovannini e Nervini, non siano al momento giocatrici su cui il nostro ct creda granché nelle situazioni di palla pesante: Nervini non è mai entrata, per Giovannini solo giri dietro e zero attacchi. Ma una Bosetti in più non avrebbe aiutato?




