L’ULTIMO IN PIEDI

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È conto alla rovescia per le Olimpiadi di Milano-Cortina, la fiamma è in viaggio sul territorio italiano mentre fervono i preparativi alle infrastrutture e per gli atleti che puntano a coronare il sogno della loro vita sportiva, senza dimenticare come talvolta tali sogni possano concretizzarsi in maniera a dir poco clamorosa come la storia di Steven Bradbury o quella di Eddie Edwards.

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iflettori puntati sul conto alla rovescia che meno di due anni dopo i Giochi estivi, vedrà ancora una volta l’Europa, ma soprattutto l’Italia, al centro del mondo: lo stadio Meazza di Milano ospiterà la cerimonia di apertura il 6 febbraio 2026 dei Giochi Olimpici invernali, nell’arena di Verona invece quella di chiusura il 22 febbraio, cui seguiranno quelli Paralimpici dal 6 al 15 marzo.
Come per tutte le cerimonie di apertura, ci aspettiamo tanto spettacolo ma soprattutto l’emozione dell’italianità, come avvenne per Torino 2006, dove ricordiamo protagonisti moltissime icone del nostro Paese, dalla musica all’arte, dal teatro alla moda, passando al segmento chiamato Pit Stop dove lo stadio Olimpico si tinse di rosso come se fosse un box di Formula 1 (scusate se la lingua batte dove il dente duole), accogliendo una Ferrari guidata a quel tempo dal collaudatore Luca Badoer sgommando in testa-coda, omaggiando l’aspetto motoristico in cui spenta la musica di sottofondo, non rimase che il suono del motore.
Una sfida quella di Milano-Cortina 2026, che dovrà guardare oltre il breve periodo di utilizzo delle infrastrutture, alla riconversione e ritorno economico di quelle infrastrutture appositamente realizzate per l’evento, senza il rischio tra qualche mese di avere cattedrali nel deserto come purtroppo, spesso, siamo abituati.
Per un ristretto numero di atleti, sarà l’occasione unica di poter ambire ad una medaglia olimpica mentre per altri, la sola partecipazione può considerarsi un vanto da ricordare.
Poi ci sono storie straordinarie, perché trattandosi di competizioni a sé, con un colpo solo, può sempre succedere l’imprevisto rispetto alle previsioni della vigilia.
Non possiamo che ricordare l’incredibile storia del pattinatore australiano Steven Bradbury che nel 2002 a Salt Lake City vinse contro ogni pronostico, la più incredibile medaglia d’oro forse mai esistita nella storia delle Olimpiadi, sovvertendo qualsiasi pronostico e spinto da molta fortuna che aiuta gli audaci, che la bravissima Gialappa’s Band nella trasmissione ha racconto in chiave ironica, filmato tra l’altro perfettamente visibile nelle piattaforme web per la condivisione di contenuti multimediali.
Eppure non tutti sanno, che dietro quell’incontro col destino, c’è una storia di grande sofferenza, dolore e risalita fatta di tanta perseveranza.
Infatti la carriera di Bradbury, inizialmente sembrava in ascesa considerata la medaglia di bronzo nella staffetta dei 5000m alle Olimpiadi di Lillehammer 1994, affermazione che seguì il precedente oro, bronzo e argento nella stessa specialità, nei mondiali rispettivamente del 1991, 1993 e 1994, poi il buio.
Perché proprio dopo quei Giochi Olimpici, Bradbury s’infortunò gravemente, riportando una ferita tale da fargli perdere talmente tanto sangue da rischiare la morte, incidente costato oltre cento punti di sutura, un anno e mezzo di riabilitazione.
L’australiano rilanciò, presentandosi a Nagano 1998 seppur non più competitivo, poi come se non bastasse, nel 2000 un altro grave infortunio al collo, costretto ad indossare un collare ortopedico per tante settimane senza considerare la successiva riabilitazione.
Il talento era oramai minato, la sicurezza e lo smalto di pattinare sul ghiaccio aveva perso la forma dei tempi migliori, ma nonostante ciò l’australiano continuò fino ai Giochi del 2002 a Salt Lake City, per concludere degnamente un percorso purtroppo incidentato, per dare una risposta a sé stesso come a coloro, che l’avevano sempre sostenuto e aiutato nei momenti più difficile; è qui che avvenne il miracolo sportivo sui 1000m dello short track.
Vinse la batteria, poi ai quarti di finale concluse al terzo posto dietro ai favoriti Apolo Ohno e Marc Gagnon, sulla carta eliminato perché il regolamento prevedeva il passaggio del turno dei primi due, tuttavia ma la squalifica di Gagnon gli aprì le porte della semifinale, dove una serie di cadute dei più quotati avversari e la squalifica di uno dei partecipanti, lo qualificò clamorosamente per la finale.
Senza nulla da perdere, pochi metri dopo la partenza era chiaramente l’atleta meno sciolto e reattivo sui pattini, subito attardato, quando all’ultima curva i rivali battagliando tra loro persero l’equilibrio, cadendo e quasi trascinandosi a vicenda, lasciando la pista aperta a Bradbury per la medaglia d’oro che evidentemente, con esperienza, corse quella gara consapevole delle forze in campo e dell’unica possibilità che avrebbe avuto di andare sul podio, ovvero tenersi lontano dai contatti e aspettare.poi concretizzatasi.
Come disse nelle interviste: “Non ero certamente il più veloce, ma non penso di aver vinto la medaglia col minuto e mezzo della gara. L’ho vinta dopo un decennio di calvario”.
Un successo talmente straordinario, da riscrivere anche il linguaggio parlato, tanto che in Australia nacque il detto “doing a Bradbury” per indicare un traguardo talmente insperato.
Sempre nella cultura di massa, soprattutto in Italia, Bradbury divenne celebre grazie al servizio al trio comico Gialappa’s Band ancora oggi visibile nelle piattaforme video, che racconta e commenta in chiave ironico, il clamoroso percorso fino alla vittoria finale, e ancora presente nel brano musicale Nonono dei Pinguini Tattici Nucleari.
Storie straordinarie come quella di Eddie Edwards, divenuto celebre per essere stato il primo atleta britannico a partecipare ai Giochi invernali nella specialità del salto con gli scii a Calgary, giungendo all’ultimo posto nelle gare dai trampolini K70 e K90, raccontata nel 2016 nel film biografico Eddie the Eagle – il coraggio della follia, divenuto icona di perseveranza indipendentemente il risultato.
Immortalità che solamente le Olimpiadi sanno offrire.

Autore

Andrea La Rosa

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