A chiusura dei Giochi Olimpici invernali di Milano-Cortina 2026, rimangono i numeri, le statistiche, le medaglie ma soprattutto storie memorabili, perché talvolta la sola partecipazione o cocente sconfitta, può essere tramandata ai posteri indipendentemente dal risultato.
È la fatica quella virtù capace di emozionare i cuori degli spettatori.
Dietro anni di allenamenti, gare, trasferte, la forza della passione fatta soprattutto rinunce, giudizi, addii o semplici arrivederci per coronare il sogno di una vita, il ricordo della medaglia oppure esserci stati a prescindere, averci provato senza rimpianti.
Come pure semplici ma belle storie, a cominciare da Bruno Colli, classe 1932, emozionato e orgoglioso di aver accompagnato per la terza volta quella fiamma olimpica come già capitato a Cortina 1956 e Torino 2006, una gioia e un momento a dir poco storico da condividere insieme a Dario Pivirotto, 88 anni, anche lui tedoforo in tutte le tre edizioni dei Giochi Olimpici invernali in Italia.
Non è passata inosservata la partecipazione della Giamaica, tramite l’oramai famosissima squadra di bob che nel 1988, segnò la prima volta di un paese tropicale, anche se Filippine (1972) e Senegal (1984) parteciparono in altre discipline.
Una storia nata senza esperienza né infrastrutture ma fatta di grande determinazione, che ispirò il celebre film Cool Runnings che rese immortale il motto“Feel the rhythm, feel the rhyme”, trasformando quella squadra come simbolo di sogni impossibili.
Da quel momento, la Giamaica ha sempre partecipato a tutte l’edizioni invernali tranne Torino 2006, qualificandosi nel bob a due e a quattro, confermando anche a Milano-Cortina la presenza nonostante il clima del Paese dica ben altro.
Esordio assoluto per il Benin a una rassegna invernale, con lo sciatore alpino Nathan Tchibozo nello slalom speciale e nel gigante, partecipazione che insieme a Guinea-Bissau ed Emirati Arabi Uniti, ha sottolineato la natura dei Giochi, portando atleti a vivere un’esperienza pur senza una tradizione di sport invernali, senza confini climatici con un segnale di non avere limiti di ben altro tipo.
Degna di nota la storia di Alex Astridge, soprannominato lo “sciatore del deserto” nato a Cambridge nel 2006 ma trasferitosi negli Emirati quando aveva appena 6 mesi, senza mai lasciare la penisola araba per allenarsi in un impianto sciistico indoor.
Come l’Eritrea alla terza partecipazione consecutiva grazie alle prestazioni del portabandiera Shannon-Ogbnai Abeda, impegnato nello sci alpino come Faiz Baisha che per Singapore.
La storia di Pietro Tranchina, sciatore residente in Val di Susa, che ha scelto di rappresentare il Marocco di cui è originaria la madre, fantastiche le partecipazioni di stati come la Mongolia e le Filippine per il continente asiatico, oppure di Trinidad e Tobago per quello americano.
Per me era l’occasione di dimostrare di poter essere mamma e vincere una medaglia d’oro, di essere più forte.
Francesca Lollobrigida, medaglia d’oro nei 3000m pattinaggio velocità.
Sorvolando l’imbarazzante telecronaca della cerimonia inaugurale offerta dal servizio pubblico, passiamo alla competizione.
Rimarrà il segno della 41enne fuoriclasse americana Lindsey Vonn, sciatrice polivalente e dominatrice per anni divenuta personaggio, tornata alle gare lo scorso novembre dopo un’assenza di cinque anni, nuovamente protagonista e vincitrice il 12 dicembre a Sankt Moritz della prima discesa libera stagionale (la più anziana nella storia della Coppa del Mondo), infortunatasi in una prova pochi giorni prima la cerimonia d’inaugurazione.
Così la voglia di esserci a prescindere dal crociato sinistro e una protesi nel ginocchio destro, con l’obiettivo comunque di provare a scendere in pista, anche solo assurdo provarci, una situazione tale da rendere ancora più epica la sua infinita carriera, l’esito purtroppo non è stato dei migliori, infatti come noto, nella discesa libera è finita pesantemente sulla neve dopo pochi secondi.
I giorni successivi hanno rilevato la gravità dell’infortunio dell’atleta che a mezzo social, è apparsa distesa sul letto, sorridente nonostante diversi interventi, con un fissaggio esterno a ridurre le fratture della gamba sinistra.
Carriera finita, tanti infortuni e una bacheca piena di trofei, senza rimpianti per quella che era stata l’unica ragione di tornare alle gare, quando il cuore supera persino la ragione.
Indimenticabile la prima vittoria dell’Italdonne di hockey alle Olimpiadi davanti 9000 spettatori contro la Francia, altro che Torino 2006 quando la nazionale nell’unica esperienza olimpica al proprio attiva, chiuse sempre sconfitta subendo ben 32 gol e realizzandone solamente uno, addirittura da concedersi il bis sul Giappone e regalarsi uno storico quarto di finale contro gli Stati Uniti, lottato alla parsi per un tempo, cedendo con onore.
Strepitosa Federica Brignone, alle prese con un conto alla rovescia lungo dieci mesi dopo aver vinto il campionato del mondo della scorsa stagione salvo infortunarsi poco dopo, esserci ha rappresentato la doppia motivazione di essere porta-bandiera e sciare in casa.
Una storia a lieto fine, conclusa grazie tenacia, caparbietà e lucida consapevolezza di osare, senza nemmeno pensare quanto era successo nei giorni precedenti alla Vonn, con l’impresa di vincere due medaglie d’oro.
In parallelo è stata straordinaria Flora Tabanelli, 18 anni, medaglia di bronzo nel freestyle big air, dopo che a novembre aveva rimediato una lesione al crociato, vincendo la prima storia medaglia nella disciplina.
Ha fatto il giro del web, la singolare mail che la pattinatrice canadese Madeline Schizas ha inviato al suo docente della McMaster University, per aver saltato la consegna del compito in sociologia, allegando persino un link per confermare la sua effettiva convocazione per le Olimpiadi, un esempio di puntualità e professionalità che viceversa ha ribadito la complessità di coniugare gli studi con gli allenamenti da professionisti.
Il biathlon ha incontrato il ciclismo con Emilien Jacquelin, atleta francese che ha gareggiato con un orecchino originale appartenuto a Marco Pantani, prestatogli personalmente dalla famiglia del Pirata.
Un omaggio da brividi quello concluso ai piedi del podio nella sprint 10km uomini, quando dopo una prova mostruosa, ha onorato il suo idolo d’infanzia con l’iconico gesto di togliere occhialini e bandana proprio come faceva Pantani prima di scattare in salita, un omaggio tra l’altro, proprio alla vigilia della scomparsa nel giorno di San Valentino.
La medaglia (di bronzo) è arrivata nell’inseguimento di Anterselva, alle spalle dello svedese Ponsiluoma e del norvegese Laegreid, toccando l’orecchino sul traguardo, concedendosi l’oro qualche giorno dopo, un’Olimpiade che non dimenticherà mai come nemmeno noi.
Ha avuto una dedica particolarmente commossa, la medaglia di argento vinta da Federico Tomasoni nello ski cross maschile, perché portava sul casco il simbolo della fondazione Matildina4Safety dedicata a Matilde Lorenzi, fidanzata nonché sciatrice azzurra morta nell’ottobre 2024 durante un allenamento di gigante in Val Senales a nemmeno venti anni.
Inevitabile la commozione sul podio, un bacio sulla medaglie, lo sguardo verso il cielo e una chiarissima dedica, le favole esistono.
Magari non sarà ricordato come un calciatore, ma Lucas Pinheiro Braathen ha scritto una pagina indelebile del Brasile dopo aver vinto nello slalom gigante maschile, il primo oro in assoluto nei Giochi Olimpici invernali del suo Paese.
Un’atleta conosciuto nel panorama della disciplina, per essere stato protagonista ai mondiali juniores, vincitore della Coppa del Mondo di specialità, papà norvegese e mamma brasiliana, tanto da iniziare la sua ascesa propria con i colori scandinavi e il ritiro a soli 23 anni (provvisorio) annunciato il 27 ottobre 2023 in una conferenza stampa a Solden, dove due giorni dopo avrebbe dovuto gareggiare nella gara di apertura della Coppa del Mondo 2024, motivando la decisione ai contrasti avuti con la Federazione sciistica norvegese in merito ai contratti di sponsorizzazione.
Poi la ripresa alle gare annunciata dopo circa un anno di inattività, facendo la storia del Brasile privo di grandi tradizioni negli sport invernali.
Lascerà il segno Mikhail Shaidorov, non solo per il suo Kazakistan, dopo una rimonta quasi senza precedenti perché partito dal quinto posto prima dell’esibizione finale di pattinaggio artistico, mettendo in pista un libero ai limite della perfezione, beffando il favorito numero uno, l’americano Ilia Malinin caduto due volte, sopraffatto dai traumi, pensieri negativi e in generale perso il controllo facendo molti errori, a dimostrazione di quanto la pressione possa fare brutti scherzi, rendendo anche gli atleti più forti, semplicemente umani.
Come non inserire l’irripetibile carriera di Arianna Fontana, diventata l’atleta italiana più medagliata nella storia delle Olimpiadi, superando il record che apparteneva allo schermidore Edoardo Mangiarotti, dopo aver vinto ben quattordici medaglie da Torino 2006 a Milano-Cortina 2026.
Un patrimonio dello sport italiano, che chiude la vicenda di qualche anno addietro dove tra scambi di accuse e rimpalli di responsabilità, si rischiava addirittura di vederla gareggiare sotto la bandiera degli Stati Uniti lamentando scarsa attenzione dell’ambiente federale che rivendicava aver messo l’atleta nelle miglior condizioni possibili, poi allenatasi privatamente col marito italo-americano Anthony Lo Bello.
Una vicenda talmente delicata da far scendere in campo lo stesso Ministro dello Sport, Andrea Abodi, poi fortunatamente ricucita, anche se non sono mancate ulteriori scintille, soprattutto con Pietro Sighel dopo la medaglia d’oro vinta insieme a Thomas Nadalini ed Elisa Confortola nella staffetta, evidente come non scorra buon sangue tra la nuova stella del pattinaggio italiano e la portabandiera azzurra, come constatato in una precisa domanda posta in un’intervista a La Repubblica dopo il trionfo: “Ma chi la conosce, Arianna Fontana?”
Una provocazione considerato che la fuoriclasse azzurra da tanti anni si allena all’estero, ribadendo come “quelle brave” sono le ragazze che hanno saputo fare squadre e crescere pur senza di lei, frattura che nasce pubblicamente quando nel 2019, accusò due compagni di averla fatta cadere di proposito durante un allenamento a Cournmayeur, una storia che forse non doveva nemmeno cominciare vista l’assoluzione dal tribunale della Federghiaccio.
Adesso la speranza, visto il tema olimpico, sarebbe proprio di chiudere ogni vicenda e veleno dietro numeri senza precedenti.
Ha chiuso il cerchio Davide Ghiotto, senza dubbi il più grande pattinatore italiano della storia sul ghiaccio, visti i numeri che prima dei Giochi vantavano sette medaglie mondiali di cui quattro ore, tre ori consecutivi (2023/25) nei 10000m, capace di dominare la scena degli ultimi tre anni senza tuttavia vincere, a 33 anni, un oro nella rassegna più importante che rende leggendario come avvenuto vent’anni addietro a Enrico Fabbris, perché ricordiamo, se oggi il movimento regala certe gioie è merito soprattutto suo.
Un destino che sembrava beffardo, per le condizioni non ottimali, quarto nei 5000m, male nei 1000m e la gloria nell’ultima possibilità, quella dell’inseguimento a squadra, con suoi compagni e amici con i quali ha condiviso quattro anni di sacrifici, disputando una finale clamorosa contro gli Stati Uniti battuti in rimonta con un distacco impressionante.
Ha lasciato il segno Armin Zoeggler, nel ruolo di direttore tecnico come l’ha fatto per molti anni d’atleta, che dopo i due ori olimpici nello slittino vinti nella sera dell’11 febbraio, ha lanciato un messaggio nei confronti della pista che rischia di finire come quella di Cesana utilizzata venti anni addietro per i Giochi di Torino, evidenziando come una pista in casa, vorrà dire tanto per il futuro soprattutto dei giovani che vorranno avvicinarsi discipline quali bob, slittino e skeleton.
Tra i momenti più commoventi, quello in cui Maxim Naumov, pattinatore artistico statunitense, nei secondi di attesa per sapere il punteggio della sua esibizione, ha mostrato alle telecamere una fotografia da bambino tenuto per mano in mezzo ai genitori Evgenia Shishkova e Vadim Naumov, ex campioni del mondo di coppia, tragicamente scomparsi a seguito l’incidente aereo di fine gennaio 2025 dove persero la vita altre decine di perone.
Un omaggio, spiegando di essere riuscito a realizzare il loro sogno.
Gioie e dolori, momenti che entrano nel film di una competizione indipendentemente dalla medaglia, è il caso del norvegese Atle McGrath, in testa nello slalom speciale di Bormio che ha dovuto fare i conti col destino e la pressione, inforcando quando tutto sembrava fatto, a quel punto è stata tanta la disperazione, così dopo aver lanciato i bastoncini e tolti gli sci, ha preferito incamminarsi in solitario verso il bosco e voler sparire per restare solo con sé stesso.
Tra l’altro col lutto al braccio per la scomparso dell’amato nonno cui era pronto a dedicare la vittoria, un momento che spiega come viceversa i sorrisi, lo sport sa essere spietato e crudele rispecchiando delusioni e sconforto.
Sono stati Giochi che hanno coinvolto tutti, persino un simpaticissimo cane lupo che durante le gare di qualificazione della team sprint femminile, ha iniziato una personalissima corsa, per nulla pericoloso avendo il collare come divertente, l’idea della regina di mostrare la sgambata sul traguardo.
Concludiamo riavvolgendo il nastro direttamente alla prima giornata, quando Francesca Lollobrigida dopo aver vinto l’oro nei 3000m di pattinaggio (e record olimpico), ha rotto ogni protocollo andando direttamente sulla tribuna per celebrare il trionfo più bello col figlio Tommaso, mentre le voci dei telecronisti Rai, rotte dal pianto, non sono riuscite ad andare avanti.
Come se non bastasse, libera nella testa, è arrivata un’altra medaglia d’oro nei 5000m.
La magia oltre ogni immaginazione.
In conclusione per i colori italiani, rimane il peso specifico di risultati e soprattutto conoscenza delle discipline da Bolzano a Portopalo da non disperdere, in vista del prossimo quadriennio olimpico e non solo.




