STANLEY CUP FINALS ’25: GARA 6 SENZA STORIA, LA COPPA RESTA IN FLORIDA

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I Florida Panthers dominano anche gara 6 (5-1) contro degli orgogliosi ma inconcludenti Oilers e si confermano campioni NHL. Quattro reti di Reinhart (due in empty net) e un pressing feroce e instancabile le chiavi del dominio nell’ultimo match stagionale; Sam Bennett MVP dei playoff.

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na gara 6 bella per quasi due terzi ma le cui redini sono sempre state tirate dai padroni di casa, consegna ai Florida Panthers il meritatissimo secondo titolo NHL consecutivo, e agli Edmonton Oilers un nuovo, amarissimo secondo posto. “Il secondo è il primo dei perdenti” diceva Enzo Ferrari in tutt’altro ambito, ma questa crudele quanto vera definizione, almeno in ambito professionistico, oggi si adatta perfettamente anche agli Oilers, giunti nuovamente alle Finals per vendicare la sconfitta in gara 7 del 2024 e usciti ancora una volta battuti (anche peggio dello scorso anno) dagli stessi avversari.

Gara 6 segue il consueto copione di queste Finals, con Florida prima a segnare ed Edmonton a rincorrere; stavolta la responsabilità (gravissima) di aver regalato la prima rete ai Panthers ricade sulle spalle di Bouchard, tanto pericoloso in attacco per gli avversari quanto per i suoi in fase difensiva. Dopo 4’36” il numero 2 degli Oilers perde scioccamente un disco in impostazione e da lì poi Reinhart ci mette del suo, volando verso la porta con un dribbling e la stoccata decisiva per battere Skinner (tornato titolare al posto di Pickard). Edmonton gioca in modo grintoso, ma in attacco è quasi inconcludente e alla fine le migliori occasioni sono dei Panthers. Il pressing forsennato dei padroni di casa soffoca progressivamente gli Oilers, più a loro agio in ritmi più compassati, fino a produrre il 2-0, firmato da Tkachuk a 46″ dalla prima sirena, con un tiro dalla media distanza, libero grazie a un errore di marcatura di Evander Kane.
Gli Oilers attaccano con orgoglio anche il secondo periodo, ma al di là di un paio di occasioni sventate da Bobrovsky, non costruiscono tiri puliti in grado di impensierire seriamente il portiere russo. Le due squadre lottano molto in tutto l’ovale, ma l’impressione è che Edmonton non abbia più benzina in corpo per tentare l’ennesima rimonta. A chiudere virtualmente i giochi arriva, a 2’30” dalla seconda sirena, la seconda rete di Reinhart, anche questa agevolata da un errore del portiere Skinner, che ribatte il puck tra i pattini di Barkov, che serve il compagno meglio piazzato. È la mazzata definitiva, che dà sostanzialmente il via ai festeggiamenti con ancora un intero periodo da giocare. Nel terzo parziale arriveranno altre due reti di Reinhart, entrambe in empty net, e il gol finale di Podkolzin, che evita ai suoi almeno l’umiliazione dello shootout.

Si è rinnovato il contratto al quarantenne Corey Perry, si sono imperniate le prime linee su giocatori ben oltre la trentina (Henrique, Janmark, Nugent-Hopkins, Ekholm, Kane)…

Ma cosa c’è dietro questa strepitosa doppietta di Florida? I Panthers hanno rivinto per diverse ragioni, alcune strategiche e altre più legate alla contingenza delle Finals 2025. Innanzitutto, il mercato: a fari spenti hanno rinnovato i contratti di alcuni uomini chiave (Reinhart, Lundell, Verhaeghe), hanno irrobustito la profondità delle linee con Schmidt, Greer e Nosek e poi, nella finestra di mercato, hanno compiuto due autentici capolavori, portando in Florida un difensore monumentale come Seth Jones, che abbina qualità a minutaggio, e un veterano con un passato da superstar come Brad Marchand. Per quest’ultima operazione hanno ricevuto anche diverse critiche, ma il rendimento dell’ex Boston nei playoff ha zittito tutti i detrattori e si è rivelata anzi la mossa probabilmente più importante a livello societario.
I Panthers hanno rivinto perché il loro coach, Paul Maurice, ha avuto una ferrea fiducia nei suoi uomini e nel suo modo di fare hockey. Una regular season non proprio da campioni in carica, conclusa col terzo posto nell’Atlantic Division e 31 sconfitte, aveva fatto storcere più di un naso; i Panthers si erano sì qualificati alla postseason, ma l’avrebbero giocata tutta senza il vantaggio del campo nelle partite decisive. Maurice e i suoi giocatori hanno risposto stabilendo il record all time di vittorie esterne nei playoff (10), tra cui spiccano alcune gemme come le prime due a Tampa, gara 7 stravinta 6-1 a Toronto, nuovamente le gare 1 e 2 nel Nord Carolina e, in finale, le cruciali gare 2 e 5 a Edmonton.
Infine, i Panthers hanno rivinto la Stanley Cup perché, come lo scorso anno, sono arrivati al momento cruciale della stagione con più energie degli altri, energie indispensabili per tenere vivo quel pressing a tutto campo predicato dal loro coach. E quando non ne avevano, si sono saggiamente imperniati attorno al loro straordinario portiere, sfruttando più la velocità dei singoli (Marchand, Verhaeghe, Bennett) che la manovra corale.

Infine, qualche riflessione anche sugli sconfitti, visto che una finale persa 2-1 a gara 7 può anche essere frutto del caso, due no; tanto più che, a dodici mesi di distanza, le note dolenti sono sempre quelle. Si è voluto puntare sostanzialmente sullo stesso gruppo del 2024, senza rendersi conto che per supportare bene fino alla fine le due stelle McDavid e Draisaitl sarebbero servite forze più fresche, alias giocatori più giovani. Si è rinnovato il contratto al quarantenne Corey Perry, si sono imperniate le prime linee su giocatori ben oltre la trentina (Henrique, Janmark, Nugent-Hopkins, Ekholm, Kane), certamente ancora validi dal punto di vista tecnico ma vistosamente in calo allo sprint finale di una stagione di oltre cento partite, tra regular season e playoff. E l’unico acquisto di un certo peso fatto in off season, Viktor Arvidsson, ha anche lui 32 primavere…
Le due stelle succitate hanno chiuso i playoff con gli stessi punti, 33, pur arrivandoci, come sempre, per strade differenti: più gol per il tedesco (11 + 22 assist), più assist per McDavid (26 + 7 gol). Le impressioni, però, sono divergenti, con il canadese che, ora più che mai, rischia di vedersi assegnare l’antipatica etichetta di “eterno incompiuto”. Per carità, ha ancora 28 anni e tutto il tempo di rifarsi, ma è un dato di fatto che alla sua classe cristallina non corrisponda una tenuta atletica di pari livello: da un campione con quelle doti, e da un capitano, è lecito aspettarsi gol pesanti nei momenti che contano, non che sparisca dal ghiaccio nelle due partite più importanti della stagione. Draisaitl, invece, ha fatto il suo: con 52 gol in stagione regolare (in 71 partite) e 11 in 22 nei playoff, è stato quel terminale offensivo affidabile che ci si aspettava che fosse.
Edmonton ha perso anche (e soprattutto) per colpa delle sue amnesie difensive, che l’hanno spesso costretta a giocare match in rimonta, con tutto l’affanno e il dispendio di energie che ne conseguono. Maglie troppo larghe, poca attenzione nelle uscite, sempre una certa leziosità nel ripartire, senza mai buttare via il puck, come se tutti avessero la stick handling di McDavid. E poi un equivoco di fondo: continuare a considerare Evan Bouchard un difensore da prima linea, quando la sua importante produzione offensiva (oltre 90 punti in stagione) non trova assolutamente riscontro nell’attenzione difensiva. Ha 25 anni e una grande carriera davanti, ma oggi non vale il ruolo che gli è stato assegnato.
E veniamo, infine, al coach, Kris Knoblauch, che a distanza di un anno non ha saputo eliminare le crepe difensive della sua squadra e che, nella finale, ha tentennato troppo sulla scelta del portiere. Prima Skinner, poi a metà di gara 4 mette Pickard che gioca un gran match e partecipa alla vittoriosa rimonta in overtime dei suoi. Pickard confermato partente in gara 5, persa male (ma non per colpa sua), quindi in gara 6 torna titolare Skinner, che commette l’errore del 3-0 che chiude virtualmente la finale. Un gran pasticcio, insomma, che ha finito per togliere tranquillità a entrambi e a un intero reparto che certo già non brillava per certezze.

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Gianluca Puzzo

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