INFINITAMENTE BELLA

I

Jannik Sinner batte Alexander Zverev in quattro combattutissimi set, aggiudicandosi il quinto titolo Slam della sua carriera e il secondo consecutivo sull’erba di Wimbledon. Storia di una vittoria sudata ma meritatissima, quella dell’italiano, figlia di un ritorno degno di una Fenice, a sole cinque settimane di distanza dal crollo fisico di Parigi.

A

voler essere cinici, si potrebbe dire che la finale londinese di ieri ha solo riconfermato quanta distanza passi ancora tra i due “alieni” di quest’epoca tennistica, Sinner e Alcaraz, e tutti gli altri, visto che al più forte degli “altri” non è bastato giocare la miglior partita della carriera per avere la meglio su uno dei due fenomeni, nel caso specifico l’italiano, visto che lo spagnolo è da tempo fermo ai box e torna solo oggi ad allenarsi a pieno ritmo. Ma un’analisi così semplicistica sarebbe ingiusta sia verso il vincitore che verso il vinto, poiché la partita di ieri è stata a lungo sul filo del rasoio tra i due contendenti, talmente concentrati a darsele di santa ragione sul terreno tennistico preferito da entrambi, ritmo e violenza ad ogni colpo, dal non concedere all’altro che poche, sparute occasioni di far breccia.

Zverev, dopo il successo parigino che gli ha tolto dalla spalla la “scimmia” dell’essere solo un eterno secondo, era parso già dai turni precedenti un giocatore rigenerato, anche se la sorte gli aveva apparecchiato un tabellone senza particolari ostacoli e anche in semifinale, la teorica pericolosità di un altro bombardiere come Fritz era stata molto attenuata dai problemi al ginocchio dell’americano, forieri di una montagna di errori dal fondo. Ma che il tedesco si appresti a vivere una seconda fase di carriera molto più “leggera” della prima lo si è visto anche ieri, con una scioltezza pressoché inedita nel dritto, lasciato andare fin da subito e con grande profitto. Anche il servizio, pur essendo sempre stato un’arma formidabile, è stato ancora più solido, specie con la seconda palla, senza concedere troppi doppi falli come in passato.

Per venire a capo di tutto questo, di una partita non esaltante tecnicamente ma durissima dal punto di vista fisico e mentale, in cui tra una palla break e l’altra sono trascorse addirittura due ore, Sinner ha dovuto mettere sul tavolo tutta la sua resilienza, la sua incredibile capacità di “fiutare” il vento del match, forse il suo talento più grande, accettando di fare a pallate quando non c’era altra strada, di remare in difesa per non farsi travolgere quando l’avversario strabordava, di diventare martello inesorabile quando il tedesco ha iniziato a mostrare le prime, minuscole crepe. Un capolavoro di tattica, tecnica, tenuta fisica e mentale che davvero, per lunghi tratti, ha ricordato il modo di stare in campo del miglior Djokovic, il campione a cui il numero uno assomiglia sempre di più col passare del tempo. Una capacità unica di restare in linea di galleggiamento nei momenti di burrasca, quando Zverev era ingiocabile nei suoi turni di battuta, tenendo ad ogni costo i propri, in attesa silente di un impercettibile calo dell’altro, ben consapevole di avere dalla sua una continuità unica al mondo, inarrivabile anche per Alcaraz.

Per chi aveva dubitato, per i suoi detrattori, per Alcaraz in rodaggio, per le rinnovate ambizioni di Zverev, il messaggio è uno solo, forte e chiaro: il numero uno è tornato.
E scusate il ritardo.

L’unica palla break che avremmo visto per tre ore arriva a metà del primo set, dopo un doppio fallo di Zverev, ma una banale steccata dell’italiano vanifica tutto, spostando ogni decisione al tie break. Primo set point avverso annullato con una palla corta, poi il tedesco mette un ace a 215 l’ora sul set point per Sinner e poco dopo si annette il primo parziale con un imprendibile dritto a uscire. Sinner non dà l’impressione di accusare il colpo, ma con l’avanzare del secondo set, sempre sullo stesso canovaccio (botte da orbi e dominio dei servizi) inizia a dare segni di insofferenza in risposta: troppo poche e troppo deboli le sue ribattute, malgrado un continuo cambio di posizione e profondità. Ancora un tie break, ma stavolta Jannik è ben consapevole di giocarsi lì una bella fetta delle sue ambizioni di bis: parte fortissimo, ritrovando improvvisamente la risposta, sfiora il 5-1 con un pallonetto out di un millimetro ma chiude comunque 7-2. Senza gesti sconvenienti o eclatanti, l’esultanza prima del toilet break è il ruggito del numero uno che sa di aver rimesso il treno sui suoi binari.

Sul 3-3 del terzo set arriva la prima palla break della partita per Zverev, ma un contropiede di Sinner manda lui per terra e la sua difesa fuori dallo stadio; poco dopo il film si ripete a parti invertite, ma sulla palla break a suo favore Jannik si rialza da terra con un’agilità sovrumana, per un uomo di quasi due metri, e finisce per vincere il punto e il game; chiuderà poi 6-3. Ora il campo è completamente in ombra e il nostro torna a leggere perfettamente le traiettorie del servizio di Zverev, che inizia a dare segni di stanchezza negli spostamenti laterali e, come sempre succede, a perdere sicurezza nel suo colpo meno sicuro, quel dritto che fin lì aveva fatto sfracelli. Sinner capisce che è ora di piazzare la spallata decisiva e non si fa pregare: break sul 3-3 e sigillo di qualità con un punto eccezionale, il penultimo del match, vinto sul 5-4 con una controsmorzata incrociata da lustrarsi gli occhi.
Per chi aveva dubitato, per i suoi detrattori, per Alcaraz in rodaggio, per le rinnovate ambizioni di Zverev, il messaggio è uno solo, forte e chiaro: il numero uno è tornato.
E scusate il ritardo.

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Gianluca Puzzo

Un commento

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  • Complimenti per il commento molto attinente con quanto avvenuto utopia in campo. Aspettando una prossima finale possibilmente te con Alcaraz, l’unico ero rivale. Ciao

Gianluca Puzzo

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